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闘魂

Ho scoperto che il nemico più feroce siamo noi stessi. La mia non è una frase, per così dire, “da film”: anche io ho sempre pensato che questa fosse una di quelle frasi che si sente tanto ripetere, ma che non avesse chissà quale grande significato nascosto. Inizialmente non la capivo nemmeno io. Col passare del tempo, poi, sono finalmente riuscito a comprendere cosa significasse.
Avete presente quando dite a voi stessi “Da domani inizierò la dieta” o “Da domani inizierò a studiare tutti i giorni” e poi, il giorno dopo, puntualmente non combinate un bel niente e tornate a ripetere queste frasi ancora e ancora? Ecco: qui il vostro più acerrimo nemico vi ha appena sconfitti. Il nemico che vi ha impedito di porre in essere i vostri piani siete voi.
Nessun altro ve lo ha impedito: siete stati voi; voi e l’indolenza connaturata nel genere umano.
Gli insegnamenti che ci sono stati tramandati dai tempi remoti sono semplici, ma difficili da mettere in pratica. Perché? Perché i grandi maestri di un tempo erano coscienti della nostra indolenza, della nostra pigrizia.
Guardati attorno: ogni giorno spendi il tuo tempo in attività inutili. Ogni giorno impedisci a te stesso di migliorare perché temi di uscire dalla tua zona di conforto. E così passano i giorni, nell’attesa che qualcosa, o qualcuno, compaia magicamente dal niente per spronarti a fare qualcosa. E piano piano, il tempo scivola tra le tue dita.
Questo nemico ha tanti nomi: pigrizia, indolenza, accidia… non importa. Comunque tu lo voglia chiamare, egli è sempre il medesimo: te stesso.
Nella vita reale io non sono un guerriero. Non lo sono mai stato. Non indosso corazze d’acciaio né impugno spade di ferro. Eppure, dentro me, avvengono le battaglie più feroci. Ogni giorno, dal canto del gallo al frinire del grillo, combatto contro me stesso. Combatto contro me stesso perché smuovo questo corpo e lo costringo a fare ciò che lui non vorrebbe fare: ad esempio correre, allenarsi, studiare, stancarsi. Lo faccio perché ogni giorno devo sconfiggere quel nemico che è dentro di noi e che vorrebbe stare tutto il giorno in panciolle a battere la fiacca. E quando arrivo alla sera, e ho fatto il mio dovere, so che la battaglia è stata vinta. La battaglia, ma non la guerra: perché il nostro nemico sa dove ci troviamo, sa cosa stiamo facendo, sa quando colpirci più duramente; ed ecco che infatti si fa sentire proprio quando siamo più stanchi, più tristi, più vulnerabili, per attaccarci senza pietà riducendoci di nuovo all’inerzia. Dunque tutto ciò che possiamo fare è continuare a combattere.

Il mio è uno spirito guerriero. Io non sono un Samurai, ma la mia anima lo è.

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Lividi.

Semplici trucchi per far andare via il vostro occhio nero:

  • fate bollire dell’acqua in un pentolino
  • immergeteci un uovo per 10 minuti
  • scolate l’acqua e sgusciate l’uovo ormai sodo
  • lasciatelo raffreddare e poggiatelo sull’occhio nero per un po’
  • mangiate l’uovo. Perché sprecare un buon uovo sodo?

Nuotare all’asciutto

Ho scoperto che, durante gli allenamenti per i combattimenti, alcuni tendono a non avere tensione o angoscia durante tali incontri. Rimangono tranquilli perché si rendono conto che quello non è un “vero” combattimento, e che chi hanno di fronte spesso è un caro amico (o un’amica) che non gli farebbe mai del male.
Questo io lo chiamo “nuotare all’asciutto”.
Quando ci esercitiamo la nostra mente non percepisce alcun pericolo perché, in fondo, diciamo a noi stessi: “Perché dovrei essere teso o dare il meglio di me? È un incontro dove nessuno ti colpirà con decisione perché non è un incontro reale, dunque non c’è motivo di scaldarsi tanto”. Insomma, si pratica un’arte marziale con colpi potenzialmente letali senza timore alcuno perché sai che, all’interno del dojo, il tuo amico di vecchia data o la tua amica del cuore non oserebbe mai affondare quel pugno o quel calcio, né tanto meno ti colpirebbe al viso.
Questo ragionamento è causa di disgrazia.
Fintantoché ti alleni ragionando in questa maniera, stai “nuotando all’asciutto”. È come andare a una lezione di nuoto per imparare a nuotare (e quindi a non annegare) nuotando però non dentro una vasca colma d’acqua, ma sul pavimento: il rischio, dunque, è praticamente zero.
Supponiamo che, dopo tanto tempo trascorso “nuotando all’asciutto”, ci troviamo ora nella condizione nella quale dobbiamo salvarci la vita; dobbiamo, insomma, nuotare per non annegare.
Chi hai di fronte non è più un tuo amico: il pavimento solido, inamovibile e tiepido si tramuta, adesso, in un liquido viscido e freddo.
Per far sì che un evento simile non ci faccia sentire scossi non basta “sudare” durante gli allenamenti: dobbiamo bagnarci del tutto, immergendoci con tutto il corpo in quella vasca che ci spaventa tanto. Ciò che intendo dire è che l’allenamento va svolto con una certa predisposizione mentale, e cioè quella di poter fare del male e di poter subire del male: non lo facciamo perché siamo persone, per così dire, “cattive”, ma perché questo può aiutare a maturare e a superare la classica paura del dolore.
La Via del Guerriero comprende anche questo!

Leggendo le grandi imprese di celebri samurai appartenenti all’epoca del Giappone feudale non posso fare a meno di riflettere su questo quesito: saremmo pronti a morire, oggigiorno?
Partiamo dal principio: nel 16° secolo la famosa cavalleria Takeda, il battaglione di samurai a cavallo che per due secoli non venne mai sconfitto, attaccò una postazione di Oda Nobunaga posta su una collina difesa da una squadra di archibugieri. I 15.000 cavalieri attaccarono e vennero spazzati via dal fuoco micidiale dei moschetti a miccia, un’ondata dopo l’altra, senza riuscire nemmeno ad avvicinarsi al nemico. Nessun samurai prese in considerazione la possibilità di ritirarsi per sopravvivere, e magari attaccare domani da una posizione migliore. Questo ragionamento era al di fuori della mentalità del Bushidō: avrebbe potuto essere il ragionamento di uno stratega, di un generale, non di un samurai.
Alla fine della giornata l’invincibile cavalleria Takeda semplicemente non esisteva più.

Qualcuno forse penserà adesso ai kamikaze della Seconda Guerra Mondiale. In origine, “Kamikaze” fu il “vento divino”, l’uragano che per due volte spazzò via la flotta d’invasione mongola. I kamikaze della Seconda Guerra Mondiale sarebbero dovuti essere il nuovo vento divino che si sarebbe dovuto abbattere sulla flotta d’invasione americana. Erano aviatori che nel corso della battaglia si scagliavano contro le navi da guerra nemiche perdendo la vita nella missione.
Ma attenzione: essi non avevano NULLA a che spartire con il terrorista moderno in abiti borghesi che si fa esplodere in mezzo ad una folla di civili.
Oggi sembra che si ponga l’accento soltanto sulla caratteristica suicida della missione, ma si dimentica che in realtà il cercare la morte, la bella morte, era comune a tutti i samurai educati allo spirito del Bushidō. Il termine fa quindi riferimento al vento divino, non certo alla morte che è data per scontata: il kamikaze avrebbe potuto anche salvarsi gettandosi con il paracadute prima dell’impatto, ma perché perdere una così bella occasione di morire con onore?

Nel corso dei secoli, dunque, incontriamo un numero infinito di casi di grandi guerrieri che immolarono la loro vita nonostante avrebbero potuta averla salva.
Da ciò deduco che la ragione del loro suicidio era quella di difendere una cosa ed una soltanto: il buon nome.
L’uomo moderno ha difficoltà a capire questo concetto: è molto più facile pensare al proprio iPhone, ai “Mi piace” su Facebook, al rimorchiare il più possibile in discoteca.
Spesso anche io mi ritrovo a meditare su argomenti simili, e mi rendo conto che la forza d’animo e lo stoicismo del samurai è cosa difficile da raggiungere. Potremmo mai conseguire un livello simile di determinazione di fronte alla nostra fine?
Il nocciolo duro sul quale dobbiamo focalizzarci è questo: quando ti troverai al bivio delle vie e dovrai scegliere la strada, non esitare: scegli la via della morte. In ciò non porre alcuna speciale ragione e la tua mente sia salda e pronta.
Quando ti trovi al bivio non devi pensare di raggiungere un obiettivo: non è il momento di fare piani.
Tutti preferiscono la vita alla morte, e ragionandoci su si sceglierà la strada della vita. Ma se tu manchi allo scopo e resti in vita, sarai in realtà un codardo. Se invece muori senza aver raggiunto l’obiettivo la tua potrà essere una morte inutile, certo, ma non ci sarà alcuna macchia sul tuo onore, e nel Bushidō l’onore viene per primo.

I miei onorevoli Sensei, di ritorno da Roma, ci hanno raccontato della loro esperienza vissuta lo scorso week end: nientemeno che il passaggio di Dan! Uno dei miei Sensei ha raggiunto il IV° e l’altro addirittura il V° (non potevo chiedere Sensei migliori!). Quando il primo iniziò a parlare, cominciò con la frase: “Mi raccomando, ricordati le protezioni”. Ci disse che queste parole gli vennero ripetute di continuo 22 anni fa dal suo vecchio Sensei. Quando si presentò di fronte alla commissione d’esame, la prima domanda fu: “Hai ricordato le protezioni?”. Perché, direte voi, fare una domanda così stupida?
Non è la domanda in sé ad essere importante, ma il suo significato: dopo 22 anni di pratica costante, la prima domanda che gli venne rivolta fu quella che si rivolge al novellino alle prime armi. Perché, dunque, rivolgere una domanda tanto banale ad un Sensei che si accinge a guadagnare un grado tanto elevato? La risposta è: perché non si smette mai di imparare. Affermare che ormai non si ha più nulla da imparare perché si pratica una Via da innumerevoli anni è da ignoranti. Persino il grande Sensei del più noto Dojo di Karate del mondo ammette che non ha ancora smesso di imparare.
Questa vita è come un circolo: si comincia con l’innocenza, la curiosità e l’inesperienza tipica dei principianti; poi si progredisce, si prende coscienza della Via, ci si allena, passano gli anni e, quando credi di essere giunto alla fine, ti rendi conto che non è avvenuta nient’altro che la chiusura del cerchio: si è tornati alla stessa curiosità e innocenza tipica dei fanciulli, ma con un grande bagaglio di esperienza e coscienza alle spalle.
Il Sensei Gichin Funakoshi era solito rispondere a chiunque gli chiedesse se si potesse raggiungere il 10º Dan: “Quando sarai morto ti verrà conferito il 10º Dan: il 10° Dan significa conoscenza assoluta, non avere più niente da imparare, e finché sarai in vita, avrai sempre da imparare”.

Osu!

Mi è capitato, in diverse occasioni, di rimanere scoraggiato di fronte alle avversità. La cosa più fastidiosa sono quelle centinaia di pensieri che ti corrono nelle mente come un fiume in piena nei momenti peggiori: “Forse è troppo difficile” o “Potrebbe non valerne la pena” o “Sono stanco”. Lo pensiamo spesso quando studiamo, quando facciamo i nostri esercizi fisici, quando pratichiamo la nostra arte marziale. Non lo diciamo perché siamo delle persone “cattive”. Semplicemente, lo diciamo perché ci lasciamo abbattere facilmente alla prima difficoltà. E questo è male.
Un altro motivo per cui lo diciamo è perché non vogliamo bene abbastanza a noi stessi. Non permettiamo a noi stessi di migliorare perché crediamo che quella difficoltà sia insormontabile”. E questo è male.
Il mio onorevole Sensei, un giorno, vedendomi in difficoltà con alcuni esercizi, mi chiese perché non li stessi facendo. Risposi che non li stavo facendo perché non riuscivo, dunque ho mollato. La sua risposta fu un qualcosa di straordinario, che cambiò completamente il mio modo di vedere le cose: “Il nerbo del Karate è lo spirito dell’ “OSU”. Ognuno di noi ha un limite, fisico o mentale che sia. “Osu” significa “Vado avanti nonostante i limiti della mia persona”. Se ti fermi, non stai praticando veramente il Karate”.

Dunque, è questo il segreto della vita! Andare avanti, nonostante i limiti della nostra persona!

È la prima frase che si legge nell’opera “Hagakure kikigaki”. Significa “Ho scoperto che la Via del Samurai consiste nella morte”.

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Quando mi avvicinai alla pratica del Karate, mi resi conto che c’era un aspetto fondamentale da tenere in conto: il Karate è strettamente legato con il Bushidō.
Il Bushidō è il codice che sta alla base della condotta e dei valori di ogni Samurai. La filosofia del codice del Bushidō è la “libertà dalla paura”; esso afferma che il Samurai è superiore alla sua paura della morte. Questo gli dà la serenità e la forza di servire il suo daimyō fedelmente, morendo se necessario. Il dovere è il primo valore del Samurai.

Mi rendo conto che, essendo un ragazzo che non è mai stato educato a questo tipo di filosofia, ed essendo cresciuto in un periodo di pace e in una società dove domina il Diritto più che la spada, superare la mia paura della morte è un’impresa davvero difficile. Ragionandoci su, mi sono reso conto che forse la cosa che mi spaventa di più è il non sapere cosa ci sia dopo. Dunque, più che esercitarmi nel superare la paura della morte, dovrei superare la paura di ciò che mi aspetta una volta perito.
Trovo conforto nel pensare una cosa: suppongo ci sia una vita dopo la morte, o comunque una metempsicosi dello spirito. Forse non è come ce l’aspettiamo noi: magari si manifesterà in forme diverse da quelle che abbiamo sempre immaginato. Non per forza dovremo essere di nuovo uomini, o animali.

In fondo anche gli alberi, quando guardano un libro, sorridono, sapendo che c’è un’altra vita dopo la morte.

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Alcuni si potranno chiedere come mai ho iniziato a scrivere. Molti penseranno “Questo è un idiota” o “Ma a cosa serve?”.
La motivazione è questa: sono sempre stato affascinato dalle arti marziali, ma non ho mai avuto l’opportunità di praticarne una con costanza. La vita non mi andava bene: avevo problemi di ogni genere. Nella mia testa c’era un forte brusio e io cercavo silenzio. Silenzio da amicizie evaporate. Silenzio da occasioni mancate. Silenzio da amori perduti.
Le cose non andavano bene, e capii che dovevo fare qualcosa, o avrei vissuto passivamente questa vita.
Decisi dunque di seguire le mie sensazioni e iniziai a praticare un’arte marziale, il Karate Shōtōkan. Improvvisamente, qualcosa scattò nella mia mente: ciò che stavo praticando non era la solita arte di difesa personale o il classico sport basato sul combattimento, ma una via (anzi, la Via) che potesse correggere i miei difetti e rendermi la persona migliore che volevo essere. Iniziai a leggere tutto ciò che potesse riguardare il Karate, la sua storia, le sue tecniche, le sue metodiche, e fu lì che riscoprii un qualcosa che da bambino adoravo e vedevo come un qualcosa di mitico, quasi leggendario, ma che crescendo avevo dimenticato: il Bushidō, la Via del Cavaliere-Guerriero, un codice etico-morale che ogni samurai seguiva fedelmente.
Il samurai poneva il proprio onore prima di ogni altra cosa. La sua era una vita di privazioni, di sacrifici e di rinunce. Tutto ciò non mi spaventava, anzi: capii che se fossi stato in grado di vivere una vita simile, mi sarei potuto considerare un samurai, forse l’ultimo.

Ho iniziato questo viaggio che concluderò il giorno della mia morte. La parola “rōnin” ha una doppia valenza: significa sia “uomo alla deriva” sia “uomo che impara a diventare samurai”. Per questo motivo ho deciso di chiamare quest’opera “浪人輪書” (pronuncia occidentale: “Rōnin no sho”),  “Il libro dell’uomo che impara a diventare samurai”: perché prima di percorrere la Via ero un uomo alla deriva, ma adesso che la sto percorrendo, sono un uomo che impara a diventare samurai.